Il mito dell’Egitto nel rinascimento

I riferimenti figurativi alla civiltà egizia, nell’arte del rinascimento, sembrano piuttosto scarsi. A parte gli obelischi egizi visibili a Roma, quale altra fonte archeologica avevano a disposizione gli artisti del rinascimento per conoscere i simboli e le immagini della cultura egizia? Soltanto uno, il mosaico di Palestrina, da cui sono estrapolate le immagini e i simboli egizi che, per i dotti dell’epoca, erano facilmente riconoscibili.

MA nonostante vi fosse una scarsa conoscenza della cultura materiale, una vera e propria mania per l’Egitto e i suoi simboli si diffuse nella seconda metà del ‘400.

Il concilio del 1439 e l’arrivo a Firenze di legazioni orientali, risvegliò l’interesse per la lingua greca. Cosimo il Vecchio mobilitò quindi degli agenti per reperire antichi manoscritti. Uno di questi, una copia del Corpus Hermeticum, attribuito ad Ermete Trismegisto, attirò l’attenzione di Cosimo.

In realtà questi testi, che risalgono al II o al III secolo d.C., vengono erroneamente attribuiti ad Ermete, che da tutti era considerato un grande sapiente e sacerdote egiziano. La sua figura si confonde con quella del dio Ermete, che i greci identificavano con il dio egizio Thoth, depositario dell’antica sapienza. I latini, che chiamavano Ermete Mercurio, fecero propria questa credenza (uno dei cinque Mercuri che secondo Cicerone va in Egitto e assume il nome di Thoth), sostenendo che diede agli scienziati egizi leggi e lettere.

Alla fine del ‘400 si diffondono le idee del domenicano Annio da Viterbo che voleva rivendicare la discendenza degli etruschi e degli italici dagli antichi egizi. L’élite culturale del tempo ha fatto proprie queste idee e il simbolismo che le rappresentava.

So diffonde cosi una “stravagante” moda!

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