La nuova sezione egizia del Castello Sforzesco: visita e analisi dell’allestimento museale

Il 4 marzo ho avuto l’occasione di visitare in anteprima il nuovo allestimento dedicato alla civiltà egizia nella sezione egizia del Museo Archeologico dei Musei del Castello Sforzesco di Milano.

La collezione egizia milanese, formata nel corso dell’Ottocento e ampliata nel Novecento grazie a donazioni e agli scavi condotti dall’egittologo Achille Vogliano nel Fayyum, conserva oggi circa tremila reperti tra statue, sarcofagi, amuleti e oggetti della vita quotidiana. 

Il nuovo allestimento non si limita a riproporre questi materiali in ordine cronologico, ma costruisce una narrazione tematica che aiuta il visitatore a orientarsi nella complessità della civiltà egizia. Il percorso si articola idealmente in tre dimensioni fondamentali dell’esperienza umana: la vita, la morte e il sacro.

Questa impostazione è particolarmente interessante anche alla luce delle riflessioni più recenti sulla museologia e sulla comunicazione del patrimonio, come quelle proposte nel volume “La mente al museo” (a cura di A. Banzi, A. Gaggioli, M. Pizzolante), che sottolinea l’importanza di progettare gli spazi espositivi pensando a come il visitatore percepisce e costruisce significato durante la visita.

In questo senso l’allestimento del Castello Sforzesco sembra muoversi con grande consapevolezza.

Il mondo dei vivi: la società egizia

Il primo spazio del percorso è dedicato alla vita nell’antico Egitto e introduce il visitatore alla struttura sociale della civiltà nilotica.

Qui compaiono figure emblematiche della società egizia, tra cui lo scriba, una delle professioni più importanti dell’amministrazione faraonica. In una società altamente organizzata, basata sulla gestione delle risorse agricole, sulla fiscalità e sulla burocrazia templare, gli scribi erano responsabili della registrazione dei documenti, della contabilità e della comunicazione scritta dello Stato.

Questo tipo di introduzione è particolarmente efficace dal punto di vista museografico: consente infatti di superare l’immagine stereotipata dell’Egitto fatta solo di faraoni e piramidi e di mostrare invece la dimensione quotidiana e amministrativa di una società complessa.

Il visitatore entra così in contatto con un Egitto fatto di mestieri, ruoli sociali e attività concrete.

La soglia tra vivi e morti: la falsa porta

Il passaggio alla seconda sezione è segnato da uno degli elementi più caratteristici dell’architettura funeraria egizia: la falsa porta.

Nelle tombe dell’Antico Regno e dei periodi successivi, la falsa porta rappresentava una soglia simbolica tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Non era una porta reale, ma un dispositivo rituale attraverso il quale il defunto poteva ricevere offerte e partecipare simbolicamente alla vita dei viventi.

Dal punto di vista narrativo questo elemento funziona molto bene anche all’interno del percorso espositivo: la falsa porta diventa infatti una soglia museografica, che accompagna il visitatore verso il mondo funerario.

Entrando in questo spazio compaiono sarcofagi, mummie e oggetti di corredo.

La mummificazione non era semplicemente una pratica rituale, ma rispondeva a una precisa concezione dell’esistenza: per gli Egizi la conservazione del corpo era necessaria affinché le diverse componenti dell’individuo — come il ba e il ka — potessero continuare a esistere nell’aldilà.

Accanto ai sarcofagi troviamo anche amuleti, statuette funerarie e piccoli oggetti rituali, pensati per proteggere il defunto nel viaggio ultraterreno e garantire il corretto funzionamento del suo nuovo stato di esistenza.

Il mondo del sacro: divinità e simboli

Il terzo spazio del percorso è dedicato alla dimensione religiosa e simbolica della civiltà egizia.

Qui compaiono divinità antropomorfe e zoomorfe, immagini cultuali e oggetti rituali che raccontano una religione profondamente intrecciata con la vita quotidiana. In Egitto infatti la religione non era separata dalla società: rituali, politica e cosmologia facevano parte dello stesso sistema culturale.

Tra le figure più riconoscibili compare Bastet, la dea spesso raffigurata come gatto o come donna con testa di gatto, associata alla protezione domestica, alla fertilità e alla sfera familiare.

Attraverso queste immagini il visitatore entra in contatto con una visione del mondo in cui l’ordine cosmico, la natura e la vita umana erano percepiti come parti di un unico equilibrio universale.

Volti dell’Egitto tardo: il mondo ellenistico e romano

Uno degli aspetti più interessanti del percorso è la presenza di una sezione che introduce il visitatore all’Egitto di età ellenistica e romana, cioè il periodo che va dalla dominazione tolemaica fino all’inserimento dell’Egitto nell’Impero romano.

Questa parte della mostra crea un interessante dialogo tra la tradizione faraonica e le trasformazioni culturali del Mediterraneo antico. In questo contesto compaiono anche alcuni degli oggetti più suggestivi dell’intero percorso: i ritratti del Fayyum.

Realizzati tra il I e il III secolo d.C., questi dipinti funerari erano applicati sulle mummie e rappresentano una straordinaria fusione tra la tradizione funeraria egizia e il naturalismo della ritrattistica romana.

A differenza delle immagini idealizzate tipiche dell’arte faraonica, questi ritratti restituiscono volti individuali e realistici, spesso con uno sguardo diretto e sorprendentemente moderno.

Guardandoli si ha quasi la sensazione di incontrare persone reali vissute duemila anni fa. È uno di quei momenti in cui l’archeologia smette di essere soltanto una disciplina storica e diventa un incontro diretto con l’umanità del passato.

Il linguaggio del museo: un equilibrio riuscito

Dal punto di vista museografico uno degli aspetti più riusciti del nuovo allestimento è il linguaggio espositivo.

I pannelli sono chiari, sintetici e scientificamente corretti. Il lessico evita sia l’eccessiva semplificazione sia il tecnicismo accademico, trovando un equilibrio efficace tra rigore e accessibilità.

Questo aspetto è fondamentale.

Un museo non comunica soltanto attraverso gli oggetti, ma attraverso la struttura narrativa dell’allestimento, la disposizione delle opere e il linguaggio utilizzato nei testi.

In questo caso la scelta di organizzare il percorso attorno a tre dimensioni — vita, morte e religione — aiuta il visitatore a orientarsi cognitivamente all’interno della complessità della civiltà egizia.

È una soluzione semplice, ma estremamente efficace.

Un esempio di museologia contemporanea

La nuova sezione egizia del Castello Sforzesco dimostra come un buon allestimento museale possa fare molto più che esporre oggetti.

Può costruire un’esperienza di comprensione, guidare il pubblico attraverso concetti complessi e trasformare reperti archeologici in strumenti di conoscenza.

Attraversare questo percorso significa muoversi tra tre mondi fondamentali dell’esperienza umana — la vita, la morte e il sacro — e scoprire come gli antichi Egizi abbiano dato forma a queste dimensioni attraverso oggetti, rituali e immagini.

Un esempio riuscito di come archeologia, museologia e comunicazione del patrimonio possano lavorare insieme per raccontare una civiltà complessa senza ridurla a semplice immaginario esotico.


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