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Restituzione dei beni culturali e rilettura dei musei coloniali.

Il caso del Museo Egizio di Torino

Nel dibattito contemporaneo sul patrimonio culturale emerge con sempre maggiore frequenza una questione cruciale: come e perché un museo nazionale europeo possa essere fondato quasi interamente su collezioni provenienti da un altro Stato, come nel caso del Museo Egizio di Torino.

La domanda non è provocatoria né ideologica. È una questione legittima che interroga il rapporto tra archeologia, musei, diritto internazionale e storia dei rapporti di potere tra Paesi. Tuttavia, per essere affrontata in modo serio e non semplificato, richiede di distinguere con chiarezza tra illecito, legittimità storica e responsabilità contemporanea.

Restituzione dei beni culturali: una questione giuridica e storica

La restituzione dei beni culturali non è uno slogan né una posizione morale astratta, ma uno strumento giuridico preciso, definito da convenzioni internazionali e prassi consolidate. Il suo significato cambia radicalmente a seconda del contesto storico in cui un bene è stato sottratto, esportato o trasferito.

È fondamentale chiarire fin dall’inizio un punto: non tutti i beni conservati fuori dal Paese d’origine rientrano nella stessa categoria giuridica. La restituzione si applica in modo diretto e inequivocabile nei casi di furto, saccheggio, scavo clandestino o esportazione illegale. Al di fuori di questi casi, il problema diventa più complesso e richiede un’analisi storica e istituzionale.

Convenzione UNESCO 1970 e Convenzione UNIDROIT 1995: quadro normativo internazionale

Il primo vero strumento globale di contrasto al traffico illecito di beni culturali è la Convenzione UNESCO del 1970, che impegna gli Stati a prevenire l’esportazione e l’importazione illegale di oggetti culturali e a cooperare per la restituzione dei beni sottratti illecitamente.

Questo quadro viene rafforzato dalla Convenzione UNIDROIT del 1995, che introduce un principio fondamentale: i beni culturali rubati devono essere restituiti, indipendentemente dal soggetto che li detiene. La convenzione attribuisce inoltre grande importanza al concetto di due diligence, imponendo a musei, collezionisti e istituzioni l’obbligo di verificare in modo rigoroso la provenienza dei beni acquisiti.

A livello professionale, questi principi sono recepiti dal Codice Etico ICOM, che vieta l’acquisizione di materiali privi di una provenienza lecita, documentata e verificabile.

Su questo punto non esiste ambiguità:

quando un reperto proviene da scavo clandestino, furto o esportazione illegale, la restituzione è un obbligo giuridico e morale.

Collezioni archeologiche storiche e contesto di formazione tra Otto e Novecento

La questione si complica quando questi principi, validi nel presente, vengono applicati retroattivamente a collezioni formate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. In quel periodo, il concetto moderno di patrimonio culturale non era ancora definito, né esisteva un sistema internazionale condiviso di tutela.

Le missioni archeologiche operavano spesso attraverso sistemi concessori ufficiali, che prevedevano la divisione dei materiali rinvenuti tra le autorità locali e le missioni straniere. Queste pratiche erano formalmente legittime nel contesto dell’epoca, ma si svolgevano all’interno di un sistema globale segnato da profonde asimmetrie di potere, soprattutto nei territori soggetti a dominio coloniale o a forme di controllo politico indiretto.

È proprio in questo spazio intermedio, tra legalità storica e disuguaglianza strutturale, che si colloca gran parte del dibattito attuale.

Musei coloniali e colonialità delle pratiche museali

Non tutti i musei che conservano reperti provenienti da altri Paesi possono essere definiti “coloniali” nello stesso modo. In senso stretto, un museo coloniale nasce come strumento di propaganda, con la funzione di legittimare l’espansione imperiale e costruire una rappresentazione gerarchica delle culture.

In Italia, un esempio emblematico è rappresentato dall’ex Museo Coloniale di Roma, le cui collezioni sono oggi oggetto di una rilettura critica all’interno del Museo delle Civiltà.

Accanto a questi casi esiste però una seconda categoria, più complessa: musei scientifici e archeologici nati tra Otto e Novecento che, pur non avendo una funzione propagandistica diretta, si sono sviluppati all’interno di un sistema coloniale globale. In questo caso, la riflessione contemporanea parla sempre più spesso di colonialità delle pratiche museali, ovvero dell’eredità dei rapporti di potere coloniali nelle modalità di raccolta, studio ed esposizione dei reperti.

Archeologia, colonialismo e musei europei tra XIX e XX secolo

L’archeologia europea di fine Ottocento e inizio Novecento si sviluppa in stretta relazione con l’espansione politica, economica e culturale delle potenze occidentali. Anche quando non direttamente collegata a un progetto coloniale nazionale, essa opera all’interno di un sistema che privilegia la centralizzazione del sapere, delle collezioni e dell’autorità scientifica nei musei europei.

I musei diventano così luoghi di accumulazione non solo di oggetti, ma anche di capitale simbolico, contribuendo a costruire narrazioni storiche in cui le culture studiate vengono spesso private della propria voce.

Il Museo Egizio di Torino come caso di studio

Il Museo Egizio di Torino non è un museo coloniale in senso stretto. Non nasce per celebrare un impero né per produrre una narrazione esplicitamente gerarchica tra culture. Tuttavia, una parte significativa delle sue collezioni deriva da missioni archeologiche condotte tra fine Ottocento e primo Novecento, in un contesto pienamente inserito nella logica dell’archeologia europea “imperiale”.

Questo rende il museo un caso di studio paradigmatico, non perché rappresenti un’eccezione, ma perché incarna molte delle contraddizioni della storia museale europea. La domanda contemporanea, dunque, non è semplicemente se la presenza di quei reperti in Italia fosse legittima all’epoca, ma come oggi quei materiali vengono raccontati, contestualizzati e messi in dialogo con i Paesi di origine.

Restituzione, cooperazione e responsabilità dei musei contemporanei

Nel dibattito pubblico, la restituzione viene spesso ridotta a una contrapposizione semplicistica: restituire tutto o non restituire nulla. In realtà, le pratiche più avanzate a livello internazionale indicano una strada diversa, fondata su alcuni principi condivisi:

trasparenza totale delle provenienze ricerca critica sulla storia delle collezioni cooperazione scientifica con i Paesi d’origine restituzioni mirate nei casi di spoliazione, violenza o traffico illecito accertato

In questo senso, la restituzione non rappresenta una cancellazione del passato, ma uno strumento per costruire nuove relazioni culturali, più equilibrate e consapevoli.

Oltre la restituzione: il ruolo dei musei nel dibattito culturale attuale

I musei non sono spazi neutri. Sono prodotti della loro storia.

La sfida contemporanea non consiste nel negare questa eredità, ma nel renderla visibile, riconoscerne le ambiguità e assumerne la responsabilità.

La questione non è soltanto dove debbano trovarsi i reperti, ma che cosa rappresentano oggi i musei che li conservano. La restituzione, quando necessaria, è uno degli strumenti disponibili. Ma il vero cambiamento passa dalla capacità dei musei di trasformarsi da luoghi di appropriazione a spazi di dialogo critico, responsabilità condivisa e cooperazione culturale.

Bibliografia essenziale

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FAQ

Il Museo Egizio di Torino deve restituire tutti i reperti all’Egitto?

No. La restituzione è obbligatoria solo nei casi di furto, scavo clandestino o esportazione illegale. Le collezioni formate tra Ottocento e primo Novecento vanno valutate caso per caso, tenendo conto del contesto storico, giuridico e delle pratiche di acquisizione dell’epoca.

Cosa prevedono le convenzioni internazionali sulla restituzione dei beni culturali?

La Convenzione UNESCO del 1970 e la Convenzione UNIDROIT del 1995 stabiliscono che i beni culturali rubati o esportati illegalmente devono essere restituiti e che musei e collezionisti devono esercitare una rigorosa due diligence sulla provenienza dei reperti.

Cos’è un museo coloniale?

Un museo coloniale, in senso stretto, è un’istituzione nata per sostenere e legittimare un progetto imperiale, spesso attraverso una rappresentazione gerarchica delle culture. Non tutti i musei con reperti provenienti da altri Paesi rientrano automaticamente in questa categoria.

Il Museo Egizio di Torino è un museo coloniale?

Non in senso stretto. Tuttavia, una parte delle sue collezioni si è formata all’interno di un sistema archeologico e politico segnato da rapporti di potere tipici dell’inizio del Novecento. Per questo oggi si parla di “colonialità delle pratiche museali” più che di museo coloniale.

Cosa significa decolonizzare un museo?

Decolonizzare un museo non significa svuotarlo, ma rendere trasparente la storia delle collezioni, rivedere le narrazioni espositive, collaborare con i Paesi d’origine e prevedere restituzioni mirate quando emergono spoliazione o violenza.

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